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martedì 29 maggio 2018

Il paradosso del governo del cambiamento con il programma come protagonista ma naufragato per una carica.

In questi tre mesi il nostro Paese ha conosciuto la crisi di governo più lunga dalla nascita della repubblica, dopo la seconda guerra mondiale e ora una crisi istituzionale che avrà inevitabili implicazioni per l’intera Unione europea. 


L'Italia è nel pieno di una crisi istituzionale e politica senza precedenti.

Il veto del presidente Mattarella per Paolo Savona ha fatto naufragare prima del nascere il governo Conte - Cinquestelle - Lega e ha scatenato l'ira delle parti contro il presidente della Repubblica che ne richiedono la messa in stato d'accusa.



Insomma il governo del cambiamento è saltato prima del nascere e ironicamente a farlo saltare è stato il volersi impuntare su una carica e un nome.
In queste settimane la campagna mediatica aveva ripetuto che per le parti l’importante era il programma, e non le cariche. Alla fine, però, a far saltare tutto è stata proprio una carica, quella del ministro dell’economia.

Le parole di Mattarella sono state inequivocabili:

L’incertezza della nostra posizione nell'Euro ha messo in allarme gli investitori italiani e stranieri che hanno investito in titoli e società. L’aumento del premio per il rischio aumenta il debito e riduce la possibilità di investimenti nel settore sociale. Ciò brucia risorse e risparmi di aziende e prefigura rischi per le famiglie italiane.

Chi è Savona


Conte e il Movimento 5 stelle, ma soprattutto la Lega, avevano fortemente insistito su Paolo Savona come ministro italiano dell’economia. Savona, 81 anni, è un economista con decenni di esperienza manageriale, sia alla Banca d’Italia, sia a Confindustria, sia nel governo, come ministro del commercio e dell’industria, nei primi anni novanta. Ma Savona è soprattutto un economista molto Euroscettico, che ha fatto affermazioni estremamente negative sulla potenza tedesca in Europa ed è stato uno dei firmatari di una ‘guida pratica all'uscita dall'euro, una riflessione della Link University di Roma , nel 2015. Un piano B è necessario, dice Savona, per uscire dalla moneta unica europea, per evitare ‘che l’Italia finisca proprio come la Grecia’. Non appena fu suggerito il nome Savona, il presidente Mattarella espresse la sua grande preoccupazione. 

Crisi istituzionale è incontestabile



Mentre il leader del M5s chiede che il presidente Sergio Mattarella sia messo sotto accusa per essersi rifiutato di far nascere il primo governo populista dell’Europa occidentale, l’Italia sembra dirigersi verso nuove elezioni alle quali i partiti anti-sistema aumenterebbero la loro maggioranza parlamentare. Il probabile beneficiario di nuove elezioni sarà la Lega, la più euroscettica dei due futuri partner della coalizione, i cui sondaggi sono saliti costantemente da marzo. Un ritorno alle urne potrebbe anche avvantaggiare il Movimento 5 stelle, che sostiene una miscela di politiche di sinistra e di destra e sarebbe in grado di attirare ancora più elettori del Partito democratico, profondamente diviso.

Decisione costituzionalmente legittima? 


Una domanda a cui si deve ancora rispondere è se la mossa drammatica del presidente fosse legittima. La costituzione del 1948 è tutt'altro che netta: dice che il presidente nomina il primo ministro e ‘su sua proposta, i ministri’. Mattarella ha bloccato la scelta di due partiti che insieme guidano la maggioranza in entrambe le camere del parlamento, con la motivazione che volevano un ministro sospettato di voler fare uscire l’Italia dall'euro. Questo sembrerebbe dire che l’Italia non può mai lasciare la moneta unica, e che il mercato ha più forza delle urne. Ma Mattarella ha chiesto che ci sia, come minimo, un dibattito nazionale adeguato prima di qualsiasi mossa in quella direzione. 


I risvolti successivi alla fine prematura del governo Di Maio - Salvini sembrano far scatenare ancora di più i complottisti. Il presidente Sergio Mattarella ha convocato Carlo Cottarelli, un ex funzionario del Fondo monetario internazionale,  per conferirgli l'incarico di formare un governo tecnico che accompagni il Paese verso nuove elezioni.

Il presidente mi ha detto di presentarmi in Parlamento con un governo con un programma che in caso di fiducia includerà l’approvazione della legge di Bilancio, con nuove elezioni nel 2019. In assenza di fiducia il governo si dimetterebbe immediatamente per accompagnare il paese ad elezioni dopo il mese agosto. Il governo manterrebbe una neutralità completa rispetto al dibattito elettorale. Mi impegno a non candidarmi e chiederò lo stesso impegno a tutti i membri del futuro governo. Da economista voglio rassicurare: i conti sono in ordine. Negli ultimi giorni sono aumentate le tensioni sui mercati finanziari, lo spread è aumentato, tuttavia l’economia italiana è in crescita e i conti pubblici rimangono sotto controllo. Un governo da me guidato assicurerebbe una gestione prudente dei nostri conti pubblici. Il dialogo con l’Europa è essenziale, deve essere un dialogo a difesa dei nostri interessi, e sarà costruttivo, nel pieno riconoscimento del ruolo essenziale dell’Italia. Come è essenziale la nostra partecipazione all’euro.
Parole che sembrano voler stemperare la tensione e riportare serenità sia nel contesto politico che nei mercati. Un governo che avrà comunque vita difficile perché si dovrà capire chi avrà il coraggio di mettersi in discussione e votare la fiducia, sapendo comunque di rendersi vulnerabile a polemiche e attacchi da parte delle forze di maggioranza in parlamento.


La mossa di Mattarella ha messo in luce un profondo divario con i due partiti populisti. Appare chiaro che un governo Cottarelli difficilmente troverà i numeri utili per riuscire a sopravvivere aòò'autunno caldo vista la battaglia che i leader di MS5 e Lega, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, stanno portando avanti per ritornare al più presto al voto. 


Ingerenze dell'Europa?


Luigi Di Maio ha accusato Mattarella di un’operazione premeditata, mirata a ostacolare la formazione di una coalizione con la Lega. Chiaramente suggerendo un complotto tra il presidente e i guardiani dell’ortodossia della zona euro, Matteo Salvini ha accusato Mattarella di rappresentare gli interessi di altri paesi, non degli italiani. La sua non è l’unica interpretazione cospiratoria. Un’altra teoria sostiene che M5s e Lega si fossero deliberatamente rifiutati di arretrare su Paolo Savona proprio per causare le elezione anticipate, sperando così di rafforzare la loro posizione. Salvini ha addirittura riecheggiato marce su Roma se non ci sarà presto una data per le elezioni.

Un discorso che, visto il momento così delicato, appare davvero irresponsabile o deliberatamente sovversivo.

L’Europa comunque non ha mai fatto segreto della sua preoccupazione per le intenzioni del nuovo governo. Le campane d’allarme erano più forti soprattutto sull'ambizione dichiarata dalle parti di riscrivere le regole dell’Unione europea e perseguire politiche interne che combinassero l’aumento della spesa pubblica promessa dall’M5s con i tagli fiscali favoriti dalla Lega. Gli economisti hanno calcolato che il costo delle promesse della coalizione: tasse più basse, benefici maggiori, pensionamento anticipato avrebbero potuto raggiungere 170 miliardi di euro, circa il 10 per cento del pil dell’Italia. A questo bisogna poi aggiungere il rilevante debito di 2.100 miliardi di euro del paese e potenzialmente innescherebbe lo scenario peggiore dell’Unione: una crisi del debito di tipo greco nella terza economia più grande della zona euro.


Estate di discussione sull'Europa


Già entrati in campagna elettorale, Lega e Cinquestelle si presenteranno come difensori del popolo contro le banche e l’Unione europea, ma la situazione è profondamente diversa. La Francia e la Commissione europea avevano teso la mano al presidente del consiglio designato. Sui mercati non c’era stato nessun panico. Non esiste alcun complotto contro la coalizione. La verità è che il capo dello Stato italiano è il garante degli interessi del paese e degli impegni internazionali, dunque non poteva accettare come ministro delle finanze un sostenitore dell’uscita dall'euro quando il programma di governo non la prevedeva e la conversione del debito italiano nella nuova lira metterebbe l’Italia in uno stato di fallimento.

Mattarella si è semplicemente assunto le sue responsabilità costituzionali, mentre la Lega ha provato a forzare la mano nella speranza di guadagnare voti alle prossime elezioni. Il problema è che il calcolo dell’estrema destra potrebbe rivelarsi corretto.


Intervento istituzionale e politico di Mattarella

Le parole di Mattarella sono state chiare. Il suo intervento si inserisce in un'interpretazione estensiva dei compiti del presidente della Repubblica in un certo senso simile a quello di alcuni presidenti del passato come Napolitano o Scalfaro che sono già entrati abbastanza nel merito delle scelte dei ministri. Il peso e la forza dell'azione presidenziale sono sempre dipesi dal contesto politico del momento. Quello di Lega e Cinquestelle era un governo inedito, nato dall'unione post elettorale di forze politiche non alleate, ma convergenti su un programma condiviso. Proprio per quello un ministro dell'economia Euroscettico era improponibile perché quelle posizioni non facevano parte né della campagna elettorale né del "contratto di governo". Così l'ha intesa Mattarella.

Ci si chiede quanto Lega e Cinquestelle abbiano realmente voluto andare fino in fondo, visto che sarebbe bastato accogliere le osservazioni presidenziali e cambiare il nome designato per risolvere lo stallo.

L'unica cosa inedita di tutta questa vicenda è la forzatura fatta al presidente e l'impuntarsi fino a volere l'Impeachment.

Forse la posizione di Mattarella nell'intendere quella di Savona come una figura eversiva per gli equilibri dell'Italia in Europa è stata eccessiva, perché Savona non appare tale da voler mettere in discussione la presenza dell'Italia in Europa.
Forse proprio questo veto darà ulteriore slancio ai partiti populisti nelle prossime elezioni.
Il dibattito politico di questi giorni a tutti i livelli mostra comunque inesorabilmente che non è tanto la politica e essere tornata al centro del dibattito, ma come è ormai consuetudine a dominare è il tifo per la propria parte. La politica dovrebbe essere confronto tra idee diverse, militanza, discussioni. Siamo invece diventati un Paese di tifosi che non accettano altro che la propria parte, e con l'unico tavolo di confronto Internet e i social, dove si viene continuamente bombardati da fake news. 

La rete è ormai ricettacolo di fake news di cui si alimenta la stessa opinione pubblica divenuta partigianeria.
I social non sono la faccia peggiore della nostra società, ma ne sono l'esatta rappresentazione, quando il confronto diretto tra individui senza il nascondiglio di uno schermo, o magari senza il nascondiglio della moltitudine, permette a tutti di dire qualsiasi cosa senza timore.
Gli insulti e le minacce a Mattarella ne sono l'evidenza.

L'analfabetismo funzionale domina e ne avremo una drammatica rappresentazione nei prossimi mesi che si annunciano roventi.

sabato 14 ottobre 2017

Rosatellum bis: ma la legge elettorale è davvero così importante?


Tra chi evoca modi da regime e chi denuncia il solito inciucio, non sarà una nuova legge elettorale a cambiare le sorti dell'Italia


Ci risiamo, elezioni alle porte, governo “nuovo” (si fa per dire), legge elettorale nuova. Se l’anno scorso, il 2016, era stato monopolizzato dalle polemiche sull’Italicum e da tutti i bei cambiamenti che avrebbe portato, modifica della Costituzione compresa, con la riforma costituzionale poi affossata nel referendum del 4 dicembre, nel 2017 abbiamo il Rosatellum, che porta il nome di Ettore Rosato, capogruppo del Partito Democratico alla Camera dei deputati. La nuova legge, nella versione modificata dopo le polemiche nel corso di questi mesi, è stata approvata alla Camera con anche il voto di fiducia e nei prossimi giorni passerà al vaglio del Senato per poi diventare legge.

Tante polemiche, urla e accuse di "fascistellum", come al solito si tira fuori l'improprio paragone con il regime fascista.

Siamo un Paese da legge elettorale


La polemica sulla legge elettorale è una delle questioni che più appassiona e infervora il dibattito politico italiano. Sono anni che le maggioranze liquide che costellano la storia parlamentare italiana, si colpiscono a suon di leggi elettorali. La questione è comunque diventata ancor più spinosa negli ultimi decenni, anche perché se dalla caduta del regime fascista e dalla nascita della Repubblica Italiana, nel 1946, fino al 1993 lo svolgimento delle elezioni politiche italiane era stato regolato da una legge proporzionale classica (con modifiche apportate nel corso del tempo), dalla fine della prima Repubblica in poi, si è avuto un dibattito costante e continuo su leggi elettorali cambiate e da cambiare. In 150 anni di storia unitaria si sono avute 12 formule elettorali diverse, tre solo negli ultimi quindici anni con le leggi elettorali Mattarellum, la Calderoli, e l’Italicum poi cancellato con il referendum, a breve si avrà una quarta legge. Bisogna alquanto sottolineare come una legge che rappresenta una questione tecnica consistente nella formula elettorale che serve a il meccanismo di traduzione dei voti in seggi, sia una questione senza soluzione. 

Cerchiamo di chiarire un concetto:
Non è la legge elettorale a rendere un sistema disfunzionale o fallimentare, ma è la classe dirigente e l'opinione pubblica a renderlo tale.
Vediamo perché.

mercoledì 7 dicembre 2016

La caduta degli "dei", quando il senso di onnipotenza ti stacca dalla realtà


Giorni dopo gli esaltanti risultati del referendum, ci sono ancora tanti che in rete o per strada piangono lacrime di dolore sulle spoglie del governo Renzi. Quando il senso di onnipotenza ti scava il baratro senza che nemmeno ci si accorga.





Lacrime sulla riforma, lacrime sull'unico governo realistico per l'Italia, l'unico che i numerosi fini politologi vedono per evitare la calata dei barbari: i vari Salvini, Brunetta, grillini e Berlusconi. Questo soprattutto dopo le immagini di giubilo e di esultanza da vittoria del referendum, lacrime affiancate all'indignazione per i tanti che hanno votato no.

"Perché bastava un sì per cambiare, perché Renzi ci ha provato, ma la riforma costituzionale (la migliore di sempre) nessuno l'ha capita. Perché era l'occasione per poter cambiare e nel momento che finalmente si poteva, un no ignorante (nel senso che la maggioranza dei votanti ignorava realmente il merito della riforma) ha bloccato tutto. Bloccato tutto per un odio personale nei confronti di Renzi, un odio nei confronti del Governo grazie alla strumentalizzazione dei partiti che hanno caldeggiato la bocciatura della riforma e i veri poteri forti che hanno contrastato il Governo. Perché, sempre secondo i delusi renziani, i veri poteri forti erano con il no, altrimenti non sarebbe passata la riforma."

In buona sostanza è questo che leggo, che sento, in molti discorsi di politici dell'ultima ora, rimasti delusi dall'esito referendario.
Non mi dilungo sul perché era importante il no, in quanto l'ho già scritto su questo blog e un altro post uguale sarebbe inutile.

LEGGI ANCHE: Riforma costituzionale, tanta disinformazione tra chi dice sì e chi dice no, a pagare è la Costituzione


giovedì 1 dicembre 2016

Riforma costituzionale, tanta disinformazione tra chi dice sì e chi dice no, a pagare è la Costituzione


Mancano pochi interminabili giorni alla fine di una campagna elettorale tra le peggiori che l'Italia abbia mai dovuto sopportare. Questa battaglia referendaria è stata molto peggio delle ultime campagne elettorali.





Si è dovuti sopportare presenze continue in tutti i mezzi informativi, bombardamenti mediatici di livello tanto basso quanto quello della discussione sul tema.

Abbiamo ascoltato tante bassezze sia dal punto di vista logico, che argomentativo. Tante discese in campo di chi si schiera con il sì e chi si schiera con il no. Nessuno che entra nel merito della riforma costituzionale.Semplicemente perché c'è voglia di cambiare, indipendentemente se quel cambiamento sia positivo o negativo. Non ultimo Romano Prodi che ha dichiarato il suo voto per il sì, pur non nutrendo pensieri positivi sulla riforma (?!). Una campagna elettorale dispendiosa dal punto di vista economico, sociale.

Perché una riforma appartenente solo a un Partito, il Pd e trattata sia a livello mediatico che in campagna elettorale, come una questione di partito non può che dividere e spaccare il Paese. E se una legge o una riforma ordinaria può comunque essere sanata, quella costituzionale intacca profondamente gli equilibri e apre una frattura che può essere insanabile.

Tra pochi giorni sarà finalmente finita e saremo a raccogliere i cocci di quello che rimane del Paese, e della sua credibilità, indipendentemente dal risultato.

Vi anticipo una cosa importante: il bombardamento mediatico che c'è intorno al voto referendario è più utile ai politici che hanno proposto tale cambiamento che altro. Il sì serve a Renzi per affermare totalmente la propria leadership, rafforzare il proprio potere ed entrare di diritto nella storia d'Italia. Il No è un miscuglio di posizioni più o meno variegate, alcune non c'entrano nulla con il merito della riforma, altre sono per un semplice no al governo. C'è chi difende la costituzione e chi la propria posizione. Tante facce della stessa medaglia.

mercoledì 24 agosto 2016

E se il problema fossero le elezioni?

L'ennesimo bivio dell'Europa, mentre Renzi, Merkel e Hollande si incontrano sull'isola di Ventotene a suon di belle parole sul futuro dell'Ue, omaggiando Altiero Spinelli e gli uomini di Ventotene, ma dimenticandone in toto il loro insegnamento. Il premio nobel per l'economia Stiglitz afferma che il prossimo referendum italiano, quello di ottobre sulla riforma costituzionale voluta dal Governo Renzi, potrà essere la prossima scossa tellurica sulla stabilità dell'Unione.



Ma cosa resta ancora dell'Europa vista la fiducia che si nutre ancora su questo progetto.


Che significa ancora Europa?

Da quando è nato il progetto europeo e soprattutto da quando si è affermato l'Euro, l'integrazione europea è stata sempre di più relegata a questione di bilanci, a guerra di posizioni tra i Paesi e a salvataggi bancari. L'economia prima di tutto, prima di qualsiasi concezione e principio inerente alla cittadinanza e al costruire i cittadini. L'egoismo degli stati nazionali ritorna sempre.
Se un tempo il progetto era quello di costruire gli italiani, oggi il progetto dovrebbe essere quello di costruire gli europei, ma ormai sembra soltanto un insieme di belle parole di poco conto.

Cittadini

Dopo il referendum sulla Brexit, i numerosi attentati e le difficoltà sempre presenti per la questione dei rifugiati e dell'immigrazione hanno portato ai minimi termini i livelli del sentire europeo e in tutte le forme nazionaliste dell'antipolitica. Non si pensa a costruire un cittadino europeo, ma solo un contribuente, un consumatore, un cliente, mentre tutti gli ideali annegano in un mare di misure che non mirano a nulla ecccetto i bilanci e a tenere a freno il debito che tanto sta a cuore alla Germania.


lunedì 6 giugno 2016

La politica morta che vive in funzione delle elezioni e per le elezioni



Il periodo delle elezioni amministrative è sempre un momento particolare: città e comuni che si agitano per la corsa alle preferenze e alla ribalta comunale, con persone da sempre distanti alla politica e a qualsiasi interesse generale, che si affannano per convicere e convincersi, cercando voti e preferenze, con una faccia tosta e pelo sullo stomaco senza eguali.



Queste elezioni amministrative non sono state da meno. 
Ho sempre considerato la corsa alle elezioni locali come un qualcosa di distante alla concezione generale di politica, lontana dalle idee e dalle ideologie dei partiti e più referente ai singoli candidati.
In realtà, devo correggere questa mia concezione, infatti, lo specchio dell'Italia e nello specifico, della politica in Italia, sono proprio le elezioni locali, l'attaccamento al singolo candidato, indipendentemente dalle sue opinioni politiche e dal programma inconsistente. La differenza è che nelle politiche il referente ha un livello superiore di collegamento, l'interesse non è legato direttamente sul territorio, ma a un piano più alto e quindi più rarefatto, ma la concezione è la stessa sebbene a livelli diversi.
Se è l'interesse a muovere le cose e non l'utopica vocazione a gestire in maniera equilibrata la cosa pubblica, guidata da una visione comune, allora si spiega lo stato attuale dell'Italia. Se i più furbi e disillusi mi danno dell'illuso, perché considerano in realtà anche quando c'erano i presunti ideali a farla da padrone, le cose funzionavano sempre allo stesso modo, allora non faranno che dare forza a questa tesi (mi scuso invece se la considererete abbastanza banale e ovvia).



Vincere e vinceremo 


È scontato considerare il fine ultimo di quello che ancora ci affanniamo a considerare politica, la ricerca della vittoria delle elezioni, vincere per vincere, a qualsiasi costo con qualsiasi mezzo. Molti individui a livello locale sono elogiati con la definizione di essere "delle strabilianti macchine politiche", perché capaci di vincere le elezioni, racimolare sempre grandi quantità di voti e restare in piedi, in qualsiasi modo. In realtà, questa mi sembra più strategia "alla Underwood" di House of cards, con magheggi, trame dietro alle quinte, tradimenti e doppio gioco, per fregare qualche alleato ingenuo  e far vincere qualcun altro che può assicurare più voti e un miglior tornaconto.

È l'accezione di "macchina politica" a livello locale, che poi in continue proiezioni  si riflette a livello nazionale.

Ci si dimentica che il fine sarebbe governare e magari mantenere qualche promessa fatta durante la campagna elettorale, invece si pensa già alle prossime elezioni.
Questa finta politica ha come unico pensiero, quello esclusivo della riproduzione di se stessa, elezioni dopo elezioni, chiunque sia l'alleato, indipendentemente dalle idee, serve solo vincere.

 

Esperimento locale, anche a Villaricca il Partito della Nazione



Una esperienza diretta è quella del mio Comune, Villaricca, un piccolo Paese in provincia di Napoli con oltre 30mila abitanti e politicamente dominato negli anni dalla figura di Raffaele Topo, deus ex macchina della politica del Paese e figura rilevante del Pd napoletano e campano (è consigliere con delega alla sanità). In questo comune, con l'eccezione del Pd nelle elezioni amministrative sono spariti tutti i simboli di partiti, mentre sono sorte solo liste civiche. La strategia è presumibilmente quella di creare una maggioranza fluida mascherando gli apparentamenti negli schieramenti. I due maggiori candidati, espressione di fazioni del Pd, si sono apparentati con altre liste civiche, creando dei mini partiti della nazione, con esponenti storici delle fazioni avverse.
Nello specifico, nella coalizione di Maria Rosaria Punzo, divenuta prima donna Sindaco di Villaricca al primo turno, si sono accalcati candidati di tutte le estrazioni politiche, sia di destra che di centrosinistra. Solo 5 anni fa, gli stessi personaggi che hanno ora corso a braccetto per la vittoria comunale, si azzannavano considerandosi reciprocamente il male assoluto.
Ma i buoni uffici e la vista lunga di quella "macchina politica" (vd sopra) che è Topo, hanno orchestrato questo scenario per poter garantire ancora una vittoria. Indipendentemente dalla coalizione che si è andata a creare,  conta vincere. Perché le idee sono decisive, ma fino a un certo punto, perché conta soprattutto quanti voti si è capace di portare. Solo i prossimi cinque anni sapranno dirci che cambiamento porterà la Punzo, trainata dallo slogan (#Orasipuò) e se una maggioranza così differenziata potrà essere capace di governare insieme e non causare immobilismo.
Villaricca è specchio dello scenario nazionale, quel "Partito della nazione" che ha cancellato qualsiasi differenza formale tra le forze politiche. 

A livello nazionale sembra il solito discorso, quello che si fa alla fine di ogni tornata elettorale, quando ci si trova a fare la veglia funebre alla Repubblica, uccisa da tante parole vuote e dagli stessi atavici problemi.

Queste elezioni e i risultati hanno mostrato alcuni dati inequivocabili:

1)Disaffezione dei cittadini alla politica

 

L'affluenza in tutte le grandi città è in forte calo (tranne Roma), questo conferma una stanchezza e una disaffezione dei cittadini alla politica che nemmeno i partiti "antagonisti" e le liste nate dalla protesta riescono a coinvolgere.

2) La fine dei partiti 4.0

 













Gran parte delle città hanno visto i candidati presentarsi in miriadi di liste civiche. Partiti che fino a pochi anni fa dominavano le elezioni a livello locale sono del tutto spariti e hanno perso. La poca affluenza però dimostra che oltre alle parole e alle mancate promesse, nemmeno le liste civiche riescono a scaldare il cuore degli elettori. Se il fedelissimo di un tempo, anche scontento, considerando impossibile l'astensione, avrebbe votato il simbolo senza candidato, oggi l'idea di partito, che sia quello tradizionale o la transitoria lista civica trainata dal candidato, non riesce a mascherare il pensiero di buona parte degli elettori che li vede come esclusivi contenitori di voti e portatori di interessi particolari e nulla più.

3) La Leopolda resta a casa


Il Pd esce con le ossa rotte da questa prima tornata, soprattutto nelle grandi città. Dimostrazione che il renzismo a livello locale non attecchisce perché sembra non avere lo spessore politico tale da legare i candidati al territori. 

4) I Cinquestelle

 

 

L'affermazione della Raggi a Roma dimostra tanto: i cinquestelle hanno conquistato uno zoccolo duro di elettorato che rimane costante e che poi viene aumentato a seconda dei contesti. Roma veniva dallo scatafascio Alemanno (che in pochi ricordano come periodo che ha dato vita a Mafia Capitale) e dalla trappola PD - Marino, quindi era facile aspettarsi l'affermazione di un voto alternativo, che è troppo semplicistico bollare come di protesta. La politica (sedicente) "di proposta" in questi anni di governo a Roma ha portato solo grandi danni alla città. I cinquestelle è giusto che abbiano l'occasione di dimostrare le proposte e il loro modo di governare, sempre cche al ballottaggio il Pd non faccia l'exploit. Se Renzi a livello locale non va, i Cinquestelle sono l'inverso.

5) La destra che non c'è


Tutti sottolineano che la divisione a destra ha causato la sconfitta annunciata. In realtà quella divisione è frutto di inconsistenza di quei personaggi che ormai hanno disilluso anche i loro elettori. Berlusconi è ormai finito politicamente, la Meloni non ha alcun tipo di caratura per poter sperare di fare da alternativa e Salvini ha visto fallire il suo progetto nazionale.  La sua Lega si è trasformata in un movimento/partito non più di estrazione localistica e ha pagato nei risultati molto deludenti di questa tornata. Il "Le Pen" in salsa italiana (avariata) cosa si inventerà per rinnovare ancora una volta i suoi slogan demagogici e pericolosi? I critici a oltranza dei cinquestelle dovrebbero ringraziare la Raggi, perché senza la sua affermazione la Meloni poteva approfittarne per conquistare la Capitale.

La lunga strada verso il referendum

Renzi in odore di debacle, si è già prima delle elezioni affannato a sottolineare che il voto locale non sarebbe stato un voto al Governo e ha poi forzato il significato del referendum di ottobre indicandolo come decisivo per suo esecutivo.

Un discorso pericoloso perché dimostra ancora di più quanto un politico, sorto da un'elezione locale, non si importi molto dell voto locale e che con le sue parole,snatura un referendum fondamentale come quello di ottobre. Come al solito il personalismo fatto di slogan, rischia di creare ancora più danni al nostro Paese, non favorisce un sano dibattito politico e strumentalizza per l'ennesima volta il referendum costituzionale che intacca inesorabilmente l'ordine costituzionale dell'Italia, trasformandolo in un plebiscito ad personam.

L'ennesimo personalismo dopo il ventennio berlusconiano di cui l'Italia non aveva bisogno 

sabato 23 gennaio 2016

Cosa ne è dell'Europa? La crisi di un sistema, verso un futuro ignoto

Crisi economica, crisi dei migranti, insofferenza all'austerity, le frontieri deboli ormai sotto pressione e la sfiducia nella politica segnano un periodo buio della fiducia in Europa. La minaccia è evidente, tant'è che la Commissione europea potrebbe tra non molto proporre al Consiglio l’attivazione dell’articolo 26 del codice, che prevede la possibilità di introdurre controlli alle frontiere interne fino a due anni.
La fine temporanea di Schengen insomma, una delle maggiori conquiste dell'unificazione europea.



Per quanto riguarda la tolleranza nei vari Paesi si è arrivati quasi al punto di non ritorno.
Ovunque in Europa si diffondono populismi, senza la volontà di trovare una soluzione reale alla crisi migratoria. Presto le crisi che attorniano i confini europei potrebbero diffondersi anche all'interno e scatenare la più classica delle guerre tra poveri. In questo, siamo già a buon punti, visto che in quasi tutti  gli Stati membri i movimenti di estrema destra, legali o illegali che siano, potenziano ogni giorno il loro ruolo e la loro immagine. Da Marine Le Pen, al movimento Pegida tedesco, senza dimenticare l'Est e i movimenti di destra scandinavi e greci.


venerdì 3 aprile 2015

Che valore diamo al nostro lavoro

La  generazione Y in Italia è condannata a vivere una crisi senza fine, tra precarietà senza lavoro e il baratro delle riforme che non danno via d'uscita.



Come si dà un valore al proprio lavoro?
Ognuno ha il proprio bagaglio di valori e il proprio metro di giudizio.
Sarà banale dirlo ma l'indicatore è sempre relativo alle proprie esigenze, ai propri bisogni e alla propria professionalità.

In sostanza dipende sempre da ogni singolo lavoratore.


C'è chi dà il proprio lavoro per scontato e chi invece ringrazia ogni giorno una divinità per averlo.
Entrambe queste posizioni possono essere discutibili.

In passato si diceva che il lavoro nobilita l'uomo, oppure, che il valore dell'uomo si vede in quello che fa.
Ormai queste affermazioni sono fuori dal tempo.
Il lavoro è svilito e non nobilita più.
Ormai il lavoro degrada e in Italia è sempre peggio.

Dare il proprio lavoro per scontato significa credere che i propri diritti siano un fattore insindacabile e immodificabile senza avere cognizione di cosa essi significhino e come si è arrivati ad averli.

giovedì 26 febbraio 2015

La crisi Almaviva ai tempi delle delocalizzazioni e del Jobs act (e di Ballarò)

La minaccia di esuberi in Almaviva passa nella totale indifferenza delle istituzioni e dei media e fuori ai centri Wind scatta la protesta.

 


La corsa all'uscita dell'Italia dalla crisi sta scatenando un circolo vizioso.
La crisi del nostro Paese non è soltanto economica, occupazionale, industriale o di competitività, in Italia, la crisi è prima di tutto culturale.
Questo dato di fatto si palesa in tanti aspetti della vita quotidiana e colpisce in maniera rilevante anche il mondo dell'informazione, che dovrebbe  formare l'opinione pubblica.

L'informazione italiana guidata dai due o tre colossi, ha grosse responsabilità nella caduta nel baratro sociale del nostro Paese. Infatti, i maggiori organi di informazione "trascinano" gli altri verso le notizie che decidono essere più rilevanti e sostanzialmente scelgono  quali argomenti trattare e quali no.
A volte, ci si occupa di determinate problematiche perché le si considera più capaci di aggregare consenso o "dissenso pilotato" nel pubblico, altre volte invece, si utilizzano determinate notizie o fatti per strumentalizzare la problematica a fini di pressione politica o propagandistica.
Invece, si può ignorare un determinato problema, perché considerato pericoloso e scomodo agli occhi dell'editore o del referente politico che sostiene la trasmissione o la testata.

LEGGI ANCHE: Senza quarto potere


Le istituzioni si comportano nello stesso modo, cavalcano l'onda mediatica e affrontano il problema quando questo diventa di dimensioni insostenibili, tali da far indispettire l'elettorato. 
L'intervento diventa quindi necessario, altrimenti, si rischia di perdere consenso.

È del tutto evidente che in Italia esistano crisi considerate di serie A e crisi di serie B.
Quello che sta avvenendo in Almaviva, che coinvolge tutto il mondo del call center, è una problematica che sta interessando poco le istituzioni e i media (eccetto alcuni) e quindi è considerata di seconda fascia.

Lo ha dimostrato la diretta di martedì sera della trasmissione Ballarò che, dedicando solo pochi minuti alle parole dei lavoratori in diretta dall'azienda, ha preferito dar voce alle parole fumose della politica piuttosto che a quelle costruttive o di rabbia dei lavoratori

Ma procediamo per gradi

mercoledì 28 gennaio 2015

Da Tsipras a Podemos alla ricerca di una soluzione di sinistra alla crisi europea

Una chiave di lettura della vittoria di Tsipras oltre ogni paura ideologica



Le elezioni greche hanno dominato sui social network e in televisione accentrando l'attenzione di tutti come mai era stato per il Paese ellenico sempre un po' ai margini dell'Europa se non per paragoni di crisi e difficoltà economiche.

La netta vittoria di Syriza e di Tsipras in prima persona, a un passo dellla maggioranza assoluta, rappresenta un forte messaggio e una netta inversione di tendenza rispetto al passato.

Quanto conta la politica e quanto i singoli governi nazionali possono influire nell'equilibrio economico di un Paese? Nell'ultimo periodo è sembrato sempre meno a causa delle stringenti misure europee e per la politica comune che ha tolto quasi tutta l'autonomia ai governi locali.

Il programma di Tsipras appare un'inversione di tendenza.

Miraggio di una sinistra vincente
















Diciamola tutta, qui in Italia non siamo abituati a una sinistra così vincente, infatti, mel nostro Paese anche nei periodi di più forte crisi del berlusconismo, i sedicenti partiti di sinistra sono sempre riusciti a ottenere al massimo una vittoria risicata, con margini di governo minimi.

mercoledì 31 dicembre 2014

Un 2014 di diritti in meno




L'ultimo giorno dell'anno si chiude con il solito bilancio del 2014 passato e gli inutili propositi del nuovo sperando che qualcosa ci porti oltre la nostra solita incapacità di cambiare la vita.
Ci si scambiano gli auguri, si fa il conto alla rovescia per un inutile cambio di data che poco a che fare con il vero cambiamento.

Personalmente, il 2014 è stato l'anno che mi ha visto avvicinare con decisione alla scrittura. Non solo come diletto personale ma come un ambizione professionale. Ho iniziato a farmi leggere e a scrivere; qualcuno mi ha detto che sono bravo, qualcun altro mi ha detto che sono una pippa, pazienza.
L'importante è fare quello che si sente.
Scrivere fa fluire i miei pensieri, mi rende diverso e orgoglioso di me e quindi mi fa stare bene.
Se devo essere grato al me del 2014 è proprio questo. Aver preso consapevolezza di una passione. Ora non resta che metterla in concreto sviluppo e questo blog sarà solo un piccolo passo.

giovedì 4 dicembre 2014

L'addio alla politica tra astensionismo cosciente, corruzione e MafiaCapitale



Come saprete tutti, quello nel video è Salvatore Buzzi, braccio destro di Massimo Carminati, riconosciuto capo di quella che è ormai nota come "Mafia criminale". Una vera e propria mafia che,  tra corruzione e affari loschi, ha tenuto sotto scacco la Capitale.
Si è davanti alla quinta organizzazione criminale, in questo Paese che non riesce a farsi mancare proprio nulla nel limbo tra criminalità e corruzione?
Si scopre con le indagini un vero e proprio impero del crimine che prende spunto e origini dall'estrema destra romana per poi espandersi su tutto il panorama politico, indipendentemente dai colori-

A contare sono solo soldi e potere.