martedì 29 maggio 2018

Il paradosso del governo del cambiamento con il programma come protagonista ma naufragato per una carica.

In questi tre mesi il nostro Paese ha conosciuto la crisi di governo più lunga dalla nascita della repubblica, dopo la seconda guerra mondiale e ora una crisi istituzionale che avrà inevitabili implicazioni per l’intera Unione europea. 


L'Italia è nel pieno di una crisi istituzionale e politica senza precedenti.

Il veto del presidente Mattarella per Paolo Savona ha fatto naufragare prima del nascere il governo Conte - Cinquestelle - Lega e ha scatenato l'ira delle parti contro il presidente della Repubblica che ne richiedono la messa in stato d'accusa.



Insomma il governo del cambiamento è saltato prima del nascere e ironicamente a farlo saltare è stato il volersi impuntare su una carica e un nome.
In queste settimane la campagna mediatica aveva ripetuto che per le parti l’importante era il programma, e non le cariche. Alla fine, però, a far saltare tutto è stata proprio una carica, quella del ministro dell’economia.

Le parole di Mattarella sono state inequivocabili:

L’incertezza della nostra posizione nell'Euro ha messo in allarme gli investitori italiani e stranieri che hanno investito in titoli e società. L’aumento del premio per il rischio aumenta il debito e riduce la possibilità di investimenti nel settore sociale. Ciò brucia risorse e risparmi di aziende e prefigura rischi per le famiglie italiane.

Chi è Savona


Conte e il Movimento 5 stelle, ma soprattutto la Lega, avevano fortemente insistito su Paolo Savona come ministro italiano dell’economia. Savona, 81 anni, è un economista con decenni di esperienza manageriale, sia alla Banca d’Italia, sia a Confindustria, sia nel governo, come ministro del commercio e dell’industria, nei primi anni novanta. Ma Savona è soprattutto un economista molto Euroscettico, che ha fatto affermazioni estremamente negative sulla potenza tedesca in Europa ed è stato uno dei firmatari di una ‘guida pratica all'uscita dall'euro, una riflessione della Link University di Roma , nel 2015. Un piano B è necessario, dice Savona, per uscire dalla moneta unica europea, per evitare ‘che l’Italia finisca proprio come la Grecia’. Non appena fu suggerito il nome Savona, il presidente Mattarella espresse la sua grande preoccupazione. 

Crisi istituzionale è incontestabile



Mentre il leader del M5s chiede che il presidente Sergio Mattarella sia messo sotto accusa per essersi rifiutato di far nascere il primo governo populista dell’Europa occidentale, l’Italia sembra dirigersi verso nuove elezioni alle quali i partiti anti-sistema aumenterebbero la loro maggioranza parlamentare. Il probabile beneficiario di nuove elezioni sarà la Lega, la più euroscettica dei due futuri partner della coalizione, i cui sondaggi sono saliti costantemente da marzo. Un ritorno alle urne potrebbe anche avvantaggiare il Movimento 5 stelle, che sostiene una miscela di politiche di sinistra e di destra e sarebbe in grado di attirare ancora più elettori del Partito democratico, profondamente diviso.

Decisione costituzionalmente legittima? 


Una domanda a cui si deve ancora rispondere è se la mossa drammatica del presidente fosse legittima. La costituzione del 1948 è tutt'altro che netta: dice che il presidente nomina il primo ministro e ‘su sua proposta, i ministri’. Mattarella ha bloccato la scelta di due partiti che insieme guidano la maggioranza in entrambe le camere del parlamento, con la motivazione che volevano un ministro sospettato di voler fare uscire l’Italia dall'euro. Questo sembrerebbe dire che l’Italia non può mai lasciare la moneta unica, e che il mercato ha più forza delle urne. Ma Mattarella ha chiesto che ci sia, come minimo, un dibattito nazionale adeguato prima di qualsiasi mossa in quella direzione. 


I risvolti successivi alla fine prematura del governo Di Maio - Salvini sembrano far scatenare ancora di più i complottisti. Il presidente Sergio Mattarella ha convocato Carlo Cottarelli, un ex funzionario del Fondo monetario internazionale,  per conferirgli l'incarico di formare un governo tecnico che accompagni il Paese verso nuove elezioni.

Il presidente mi ha detto di presentarmi in Parlamento con un governo con un programma che in caso di fiducia includerà l’approvazione della legge di Bilancio, con nuove elezioni nel 2019. In assenza di fiducia il governo si dimetterebbe immediatamente per accompagnare il paese ad elezioni dopo il mese agosto. Il governo manterrebbe una neutralità completa rispetto al dibattito elettorale. Mi impegno a non candidarmi e chiederò lo stesso impegno a tutti i membri del futuro governo. Da economista voglio rassicurare: i conti sono in ordine. Negli ultimi giorni sono aumentate le tensioni sui mercati finanziari, lo spread è aumentato, tuttavia l’economia italiana è in crescita e i conti pubblici rimangono sotto controllo. Un governo da me guidato assicurerebbe una gestione prudente dei nostri conti pubblici. Il dialogo con l’Europa è essenziale, deve essere un dialogo a difesa dei nostri interessi, e sarà costruttivo, nel pieno riconoscimento del ruolo essenziale dell’Italia. Come è essenziale la nostra partecipazione all’euro.
Parole che sembrano voler stemperare la tensione e riportare serenità sia nel contesto politico che nei mercati. Un governo che avrà comunque vita difficile perché si dovrà capire chi avrà il coraggio di mettersi in discussione e votare la fiducia, sapendo comunque di rendersi vulnerabile a polemiche e attacchi da parte delle forze di maggioranza in parlamento.


La mossa di Mattarella ha messo in luce un profondo divario con i due partiti populisti. Appare chiaro che un governo Cottarelli difficilmente troverà i numeri utili per riuscire a sopravvivere aòò'autunno caldo vista la battaglia che i leader di MS5 e Lega, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, stanno portando avanti per ritornare al più presto al voto. 


Ingerenze dell'Europa?


Luigi Di Maio ha accusato Mattarella di un’operazione premeditata, mirata a ostacolare la formazione di una coalizione con la Lega. Chiaramente suggerendo un complotto tra il presidente e i guardiani dell’ortodossia della zona euro, Matteo Salvini ha accusato Mattarella di rappresentare gli interessi di altri paesi, non degli italiani. La sua non è l’unica interpretazione cospiratoria. Un’altra teoria sostiene che M5s e Lega si fossero deliberatamente rifiutati di arretrare su Paolo Savona proprio per causare le elezione anticipate, sperando così di rafforzare la loro posizione. Salvini ha addirittura riecheggiato marce su Roma se non ci sarà presto una data per le elezioni.

Un discorso che, visto il momento così delicato, appare davvero irresponsabile o deliberatamente sovversivo.

L’Europa comunque non ha mai fatto segreto della sua preoccupazione per le intenzioni del nuovo governo. Le campane d’allarme erano più forti soprattutto sull'ambizione dichiarata dalle parti di riscrivere le regole dell’Unione europea e perseguire politiche interne che combinassero l’aumento della spesa pubblica promessa dall’M5s con i tagli fiscali favoriti dalla Lega. Gli economisti hanno calcolato che il costo delle promesse della coalizione: tasse più basse, benefici maggiori, pensionamento anticipato avrebbero potuto raggiungere 170 miliardi di euro, circa il 10 per cento del pil dell’Italia. A questo bisogna poi aggiungere il rilevante debito di 2.100 miliardi di euro del paese e potenzialmente innescherebbe lo scenario peggiore dell’Unione: una crisi del debito di tipo greco nella terza economia più grande della zona euro.


Estate di discussione sull'Europa


Già entrati in campagna elettorale, Lega e Cinquestelle si presenteranno come difensori del popolo contro le banche e l’Unione europea, ma la situazione è profondamente diversa. La Francia e la Commissione europea avevano teso la mano al presidente del consiglio designato. Sui mercati non c’era stato nessun panico. Non esiste alcun complotto contro la coalizione. La verità è che il capo dello Stato italiano è il garante degli interessi del paese e degli impegni internazionali, dunque non poteva accettare come ministro delle finanze un sostenitore dell’uscita dall'euro quando il programma di governo non la prevedeva e la conversione del debito italiano nella nuova lira metterebbe l’Italia in uno stato di fallimento.

Mattarella si è semplicemente assunto le sue responsabilità costituzionali, mentre la Lega ha provato a forzare la mano nella speranza di guadagnare voti alle prossime elezioni. Il problema è che il calcolo dell’estrema destra potrebbe rivelarsi corretto.


Intervento istituzionale e politico di Mattarella

Le parole di Mattarella sono state chiare. Il suo intervento si inserisce in un'interpretazione estensiva dei compiti del presidente della Repubblica in un certo senso simile a quello di alcuni presidenti del passato come Napolitano o Scalfaro che sono già entrati abbastanza nel merito delle scelte dei ministri. Il peso e la forza dell'azione presidenziale sono sempre dipesi dal contesto politico del momento. Quello di Lega e Cinquestelle era un governo inedito, nato dall'unione post elettorale di forze politiche non alleate, ma convergenti su un programma condiviso. Proprio per quello un ministro dell'economia Euroscettico era improponibile perché quelle posizioni non facevano parte né della campagna elettorale né del "contratto di governo". Così l'ha intesa Mattarella.

Ci si chiede quanto Lega e Cinquestelle abbiano realmente voluto andare fino in fondo, visto che sarebbe bastato accogliere le osservazioni presidenziali e cambiare il nome designato per risolvere lo stallo.

L'unica cosa inedita di tutta questa vicenda è la forzatura fatta al presidente e l'impuntarsi fino a volere l'Impeachment.

Forse la posizione di Mattarella nell'intendere quella di Savona come una figura eversiva per gli equilibri dell'Italia in Europa è stata eccessiva, perché Savona non appare tale da voler mettere in discussione la presenza dell'Italia in Europa.
Forse proprio questo veto darà ulteriore slancio ai partiti populisti nelle prossime elezioni.
Il dibattito politico di questi giorni a tutti i livelli mostra comunque inesorabilmente che non è tanto la politica e essere tornata al centro del dibattito, ma come è ormai consuetudine a dominare è il tifo per la propria parte. La politica dovrebbe essere confronto tra idee diverse, militanza, discussioni. Siamo invece diventati un Paese di tifosi che non accettano altro che la propria parte, e con l'unico tavolo di confronto Internet e i social, dove si viene continuamente bombardati da fake news. 

La rete è ormai ricettacolo di fake news di cui si alimenta la stessa opinione pubblica divenuta partigianeria.
I social non sono la faccia peggiore della nostra società, ma ne sono l'esatta rappresentazione, quando il confronto diretto tra individui senza il nascondiglio di uno schermo, o magari senza il nascondiglio della moltitudine, permette a tutti di dire qualsiasi cosa senza timore.
Gli insulti e le minacce a Mattarella ne sono l'evidenza.

L'analfabetismo funzionale domina e ne avremo una drammatica rappresentazione nei prossimi mesi che si annunciano roventi.

lunedì 14 maggio 2018

La Juventus e il mito del settimo scudetto consecutivo, ma il Var non risparmia le polemiche


Un altro campionato di calcio si avvia alla conclusione. La stagione 2017/18 ha emesso quasi tutti i verdetti ad esclusione della'ultimo posto in Champions e l'ultima retrocessa.



Il primo campionato con il Var si è concluso non senza poche polemiche. È abbastanza paradossale che la moviola in campo che sembrava dovesse porre fine ai litigi ha invece ancor di più esacerbato gli animi di una stagione vissuta tra mille polemiche, sospetti e  lamentele.

Fondamentalmente Var

Dando un giudizio generale sul Var si può certamente considerare positivo l'esperimento. Certamente ci sono delle problematiche oggettive sulle procedure che vanno risolte, alcune ritardano troppo le decisioni e spezzettano il gioco, altre invece sembrano comunque non risolvere problematiche di fondo. In ogni caso, gli errori quest' anno ci sono stati, come è normale, come è umano, ma il Var ha sicuramente migliorato la situazione.

Quello invece in cui non è riuscito il Var è nel ridurre le polemiche. È chiaro che nessuna tecnologia potrà risolvere l'insanabile ferita che nasce da quello che poi è emerso ufficialmente nel 2006 con la cosiddetta "Calciopoli". Fino a quando l'ombra del sospetto sulla regolarità delle decisioni arbitrali, Var o chi per loro. Fino a quando non saranno considerati più importanti gli "equilibri" politici rispetto a quelli del campo, lo scontro e la divisione non avranno fine.

martedì 1 maggio 2018

Buon primo maggio ovunque sia


Un Paese si giudica anche in base alle feste nazionali che celebra. 
La settimana che va dalla Liberazione al Primo Maggio l'ho sempre considerata la settimana civica per eccellenza, quella in cui il Paese dovrebbe ricostruire dalle sue macerie la sua memoria, partendo da quelle che sono le basi su cui tutto è rinato. Lavoro e resistenza. 
Sogno un Paese che ai mille giorni di festività religiosa, sostituisca una settimana dedicata alla propria memoria, che vada dal riconoscere gli orrori perpetrati nel processo di unificazione, passando dalla liberazione, alle vittime delle mafie, fino alla festa dei lavoratori, ma purtroppo è un'utopia. Il lavoro è sempre stato uno dei fattori divisivi del nostro Paese e ha segnato tante generazioni, anche la mia e un po' anche me. 
La voglia di un'esperienza di vita diversa, e nello specifico la ricerca di un lavoro più stabile, mi hanno portato via dall'Italia. La mia è stata una scelta consapevole, per tanti l'emigrazione è invece una costrizione, perché lavorare per l'autosufficienza e in maniera dignitosa è sempre più un'utopia in Italia. Per anni ho lavorato part time e poi in ammortizzatore sociale, per anni ho scritto gratis o quasi, da perderci la voglia. Sempre I migliori settori ho scelto. Se un vecchio adagio diceva che il lavoro nobilita l'uomo, in questi anni in Italia il lavoro lo ha mortificato grazie alle continue leggi e alle regole d'impresa che non hanno fatto altro che considerare i diritti dei lavoratori e i loro salari un ostacolo per i profitti. Si vive precari tra minacce di licenziamenti e gare al ribasso. 
Si rischia la vita e si muore, perché a nessuno importa. Per primi ai lavoratori stessi divisi in una guerra tra poveri. Viviamo in un'epoca in cui il lavoro è i lavoratori sono scomparsi anche dalle parole dei politici, nonostante l'Italia sia uno Stato di campagna elettorale permanente. E oggi si festeggia. Tutti o quasi in Europa e nel mondo festeggiano e ricordano il Primo Maggio. Chi più, chi meno. Chi retoricamente, chi convinto. Quasi tutti. Quasi... 
L'Olanda è uno dei pochi Paesi europei in cui il Primo Maggio, la festa dei lavoratori, non è festa nazionale. Ci penso da giorni e la sensazione è strana. Il sentire sociale e comunità qui è totalmente diverso, il sentimento utilitarista e individualista che segnano questa società, compongono una comunità davvero differente per come è stratificata e differenziata tra le mille nazionalità la realtà sociale e lavorativa di questo Paese. Un Paese di servizi, di doveri chiari, di spese, di costi, a volte davvero strani e discutibili, di opportunità e di diritti riconosciuti. 
Oggi io lavoro come tanti miei colleghi, come tanti italiani e stranieri che sono emigrati qui per lavorare. Oggi lavoriamo come se fosse un giorno normale. Per loro è un giorno come tanti, per un tipo politicizzato come me non potrà mai essere un giorno normale, oggi è l'ultimo giorno della mia settimana civica, ma per tanti miei colleghi sarà solo martedì e un peccato per non poter fare ponte e braciate. 
Giorno normale quindi. Di lavoro. 
Perché è questo che alla fine importa, oltre le belle parole e le belle feste comandate che si riempiono di slogan su palchi gremiti e si dimenticano nella vita quotidiana. Oggi qui si lavora con dignità, questo è quello che conta... 
Questo dovrebbe essere il Primo Maggio e gli altri giorni dell'anno anche da noi. Per chi un lavoro l'ha perso, per chi ci ha rimesso la vita. Perché senza diritti non è lavoro ma schiavitù. Buon Primo Maggio a tutti, tutto l'anno... Dovunque sia.

mercoledì 25 aprile 2018

Ci vuole memoria


Il 25 aprile è una delle giornate commemorative più significative per me sin da quando ero bambino. Pensare alla lotta partigiana, al sacrificio di tante persone e al contesto barbaro in cui hanno lottato mi ha sempre colpito. Diamo per scontato che tutti avrebbero fatto lo stesso, ma nessuno ne è realmente sicuro perché quando oltre le belle parole, I fatti portano a rischiare la vita, si propende per la scelta più facile e sicura, abbassare la testa e seguire la massa. Così è stato fatto per i famosi e tristi venti anni e così si fa ancora oggi. La libertà non andrebbe mai data per scontata. 
Fino a oggi nessuno di noi ha dovuto realmente porla un gioco proprio grazie a quel sacrificio che nel 25 aprile trova il suo simbolo.
Nella liberazione ho trovato anche io il sentimento di fierezza per il mio Paese, non quel sentimento nazionalista che divide, ma quella fierezza del lottare per qualcosa nato da un seme di libertà e di lotta per la pace. Ma l'Italia è fatta dagli italiani non dai bei principi e noi siamo sempre stati capaci di dividerci in tutto. Non esiste un unico Paese dopo tanti anni, non esiste un unica storia, ne esistono tante per quanti sono gli interessi in gioco La cosa più triste è che non esiste nemmeno memoria per le tante vittime delle barbarie nazifasciste che hanno insanguinato questo Paese. 
Dopo un paio di mesi all'estero capisco che dell'Italia mi mancano tante cose, ma di quell'odio perenne che ci divide e che attanaglia quotidianamente la dialettica di ogni tipo e che nei social network trova l'ideale megafono, non sento nessuna mancanza. 
Oggi mi manca quello che il nostro Paese poteva essere e non è stato, nato sotto il fiore di un partigiano morto per la libertà e seppellito sotto tanto cemento d'odio... 
Buon 25 aprile a chi non dimentica.

mercoledì 14 febbraio 2018

Disinformazione elettorale. Il partito del non voto

Una campagna elettorale di così basso livello raramente si è vista. Un Paese che in questi anni è cresciuto a fake news e indignazione ormai ha perso qualsiasi punto di riferimento. Basta un link che millanta qualsiasi nefandezza perpetrata dai potenti per poter scatenare indignazione, moltiplicazione di odio sui social network e proteste. 













La politica ha rilevato questa crisi di fiducia da parte dell'elettorato, che è resa evidente tra l'altro dagli scarsi numeri di affluenza nelle elezioni precedenti e per la crescita di movimenti nati e sviluppatisi sulla protesta. Tutte le forze partitiche, chi più chi meno, ha deciso di basare tutto parlando alla pancia degli elettori soprattutto per nascondere l'incapacità di questi anni di dare risposte concrete ai problemi più grandi di questo Paese.
In realtà, dalle elezioni 2013 a oggi, da quando Bersani non se ne uscì con la "non vittoria" per passare al "Renzusconi" e finire con Gentiloni la campagna elettorale non è mai terminata. In questi mesi siamo passati per le forche caudine del trolling politico, la strumentalizzazione ideologica dei maggiori accadimenti nazionali e internazionali per meri calcoli propagandistici e l'aria si è davvero resa irrespirabile. 

Siamo d'accordo, le campagne elettorali sono uno dei peggiori periodi dal punto di vista della credibilità politica, ma in Italia si sta davvero rasentando il ridicolo. Un po' la sagra di chi la spara più grossa. 

Quelle che dovrebbero essere le questioni più importanti di questo periodo sono tenute sottotracciaperché non fa comodo parlarne, perché non conviene. 
Ma davvero il tema principale su cui scannarsi è l'immigrazione?

Corruzione, competenze, ripresa dell'economica e ripresa dell'occupazione giovanile sono temi usciti fuori dal dibattito.
Mesi e mesi di martellamento mediatico trasformato il tema dell'immigrazione in una consolidata "bomba sociale" che sta per esplodere causa l'invasione dei migranti spesso definite "risorse di" del politico di truno che tenta di riportare il discorso in toni più consoni a quello civile e democratico. 
La destra è riuscita a imporre quelli che sono i propri storici cavalli di battaglia sul panorama politico nazionale e tutti gli altri presi sempre da quella corsa al parlare alla pancia dei social, più che del Paese, non stanno facendo che rincorrere questo andazzo.

Il movimento 5 stelle punta tutta sulla presunta onestà indefessa dei propri membri, come se bastasse l'onestà per poter governare con competenza.

Il pd attraverso Renzi sta basando sullo storytelling di quanto fatto nei giorni di governo.
Mentre a sinistra le pur lodevoli formazioni politiche che sono emerse non riescono a raggiungere la ribalta mediatica se non per esponenti forti come Boldrini e Grasso per Leu.

Il resto è perso nei menandri della non considerazione mediatica chiaro risultato delle divisioni all'enne periodico che fanno perdere credibilità

In questa cmapagna elettorale sono comunque i fomentatori d'odio e i duri e puri a dettare la linea.


Mi chiedo dove siano finiti quei temi su cui si dovrebbe dibattere ?
I partiti sono sempre più sui social e poco tra la gente, perché è chiaro a livello di impegno costa meno la campagna martellante sui social network che andare tra la gente per capirne i veri problemi.
La realtà è che le persone si sono incattivite e non si fidano più di istituzioni e organi che dovrebbero rappresentarle.

Il processo di deligittimazione è completato, in questo il movimento cinque stelle ha completato il lavoro. Ci troviamo di fronte a uno scenario politico in cui è quasi certo che nessun partito o coalizione avrà la maggioranza per poter governare. In cui gli schieramenti di campagna elettorale sono pure costruzioni propagandistiche con niente in comune se non l'obiettivo di accaparrarsi più voti possibili. 

Viviamo in uno Paese in cui durante una campagna elettorale, già si sa che non ci sarà nessuna maggioranza e già si pensa alla campagna elettorale successiva.

Viviamo in uno Stato di campagna elettorale permanente e il fascismo è sempre più una moda.
Mi chiedo che senso abbia votare se non puoi scegliere nulla e hai solo l'illusione di decidere.
Che vinca l'astensionismo.



giovedì 1 febbraio 2018

L'illusione mediatica del calciomercato che non c'è più


Fa scalpore il mercato deludente del campionato italiano e in particolare del Napoli e delle big italiane in generale rispetto alla ricchezza delle altre leghe calcistiche mondiali. Da un'analisi di costi e ricavi spiccano nettamente quelle della Premier League, campionato drogato dagli introiti delle televisioni che quasi doppia le spese fatte ne La Liga. Decisamente staccate gli altri campionati con la Serie A al nono posto dietro persino alla Championship inglese. Da notare il saldo positivo con un totale cessioni davvero alto che ha ormai certificato quanto il nostro campioanto sia un campionato esportatore più che importatore di calciatori. Il momento nero del calcio italiano non è comunque dimostrato solo da questi dati, ma dall'incapacità della classe dirigente di svoltare realmente rotta e di eleggere dei vertici realemnte favorevoli al cambiamento dopo anni di fallimenti, culminati con la mancata qualificazione al Mondiale della nostra nazionale.



Entrando più nello specifico spicca tra le varie squadre il Napoli che non è riuscito a pescare dal mercato quel rinforzo, nelle seconde linee, capace di poter dare risporo ai titolari in questa fase culminante del campionato. Gli azzurri rappresentano un meccanismo perfetto che però soffre l'usura del sovrautilzzo. È evidente che il gioco non spia più spumeggiante e perfetto come quello della prima aprte del campionato, forse per una maggiore stanchezza dei principali interpreti, oltre che a qualche aggiustamento posto dalle avversarie nell'affrontare la squadra di Sarri. Fatto sta che gli azzurri stanno conquistando punti con una qualità in cui l'anno scorso difettavano, la solidità mentale e la capacità di soffrire. Molti di queste vittorie non brillanti, soprattutto nell'ultimo periodo, il Napoli delle scorse annate non le avrebbe raggiunte. Questo è un notevole passo in avanti dei partenopei, che quest'anno potranno dare filo da torcere alla Juventus. L'unico avversario davvero serio che può contrastare il Napoli è l'affaticamento e i possibili infortuni che sono più probabili quando a giocare sono sempre gli stessi. Solo a centrocampo e tra i difensori centrali il Napoli ha sostituti validi che possono far rifiatare i titolari. Sulle fasce e in attacco, invece, a giocare sono sempre gli stessi e quindi il pericolo in quel caso è maggiore. 
In queste ore sta montando in maniera decisa la polemica nei confronti dei dirigenti e della proprieta azzurra per i mancati rinforzi alla squadra. Molti contestano a De Laurentis la non volontà di spendere oltre che l'incapacità di acquistare giocatori decisivi per inforzare il progetto e approfittare dell'ottima classifica conquistata in questo periodo.

In rete si vedono post d'amarcord inneggianti a Ferlaino e attacchi a De Laurentis per niente velati. Ma dov'è la realta? C'è chi critica a prescindere De Laurentis e chi lo difende a spada tratta. La realtà come al solito è nel mezzo.
L'immagine può contenere: 1 persona, con sorriso, in piedi, vestito elegante e sMS

Soprattutto tenendo conto che Ferlaino nella fase finale della sua presidenza è stato tanto bersagliato con tante scritte sui muri della città che lo invitavano ad andare via.È comunque giusto che i tifosi nostalgici possano omaggiare uno dei più grandi presidenti della storia del Napoli. Spesso la memoria difetta è ci si ricorda solo degli ultimi tristi anni di Ferlaino. Quel post che è comunque molto bello perché omaggia un grande presidente troppo spesso bistrattato, ricorda ciò che animava Ferlaino prima del business: l'essere tifoso della squadra. Che è invece un po' quello che criticano a De Laurentis per il quale, secondo tanti tifosi, il business viene  prima di tutto. 

Il calcio è ormai cambiato dagli anni di Ferlaino: cinesi, arabi e fairplay finanziario costringono le squadre a far fronte a cifre di gestione altissime non paragonabili ad altre epoche storiche del calcio e i bilanci sono ormai fondamentali. Ma il tifoso non ama guardare i bilanci e le spese, semplicemente il tifoso dall'ultima squadra di serie d alla prima di serie A vuole vincere. Il partecipare alle coppe per poi a metà calendario essere costretti a volerle abbandonare perché non si ha la rosa adatta probabilmente stanca. È vero 12-13 anni fa il Napoli era in c, 15 anni era fallito, ma ormai è da almeno 10 anni che il Napoli è stabilmente in Europa o in Champions. Ciò che anima le proteste dei tifosi è il rammarico che, in un periodo in cui le gerarchie in Serie A si stanno ricostruendo, sarebbe un peccato per il Napoli non vincere nulla e forse (dico forse) un rafforzamento ora poteva essere  la spinta giusta. Se giocatori adatti subito al progetto di Sarri esistono visto il destino in panchina, almeno nei primi tempi, che accomuna tutti i nuovi arrivati a Castelvolturno Auguro alla dirigenza del Napoi che la rosa attuale possa bastare e magari i ritorni di Ghoulam e Milik possano essere subito positivo. Certo che il seppur grande campionato che è stato fatto dagli azzurri fino a ora, oltre che la squadra costruita perfettamente fino a ora, non può esimere da critiche la società per la discutibile gestione di alcune trattative incomprensibilmente arenate.La critica è sempre legittima perché nessuno è esente da errori.

Se il Napoli sta giocando un campionato fenomenale e forse era difficile trovare sostituti all'altezza del progetto, un discorso diverso va fatto per l'Inter che, invece aveva tutta la necessità di rinforzare una squadra che sta particolarmente deludendo nell'ultimo periodo, per cui sarebbe un passo mortale dal punto di vista dei conti economici mancare la qualificazione in champions. A deludere è stato il modo in cui alcune trattative sono state portate avanti: Pastore una su tutte, che aveva illuso i tifosi della squadra nerazzurra. Vedremo che risorse riuscirà a ritrovare Spalletti con una squadra che probabilmente necessitava di innesti di qualità.

SIamo lontani dall'epoca d'oro del calciomercato, quando i giocatori migliori del mondo arrivavano in Italia. Oggi il mercato è praticamente morto. La riforma del calcio italiano deve essere coraggiosa e passare anche da qui, magari inserendo un'unica finestra di mercato per tutti i campionati uefa e ridurla almeno della metà. Ma il calcio italiano sembra davvero allo sbando.

mercoledì 6 dicembre 2017

I perché no dello spostamento dell'ambasciata Usa a Gerusalemme


Donald Trump con un'unica dichiarazione rischia di mandare in fumo anni di lavoro per cercare di portare la pace in una regione, quella della Palestina, da anni martoriata da guerre, vessazioni e limitazioni delle libertà.



Perché è così importante e divisiva la decisione di Trump di spostare la sede dell'ambasciata diplomatica da Tel Aviv a Gerusalemme?
Perché Gerusalemme è un simbolo, è la città in cui coesistone le tre religioni monoteiste più diffuse ed è il pomo della discordia tra palestinesi e israeliani.

Spostare la sede dell'ambasciata americana in Israele a Gerusalemme, significa riconoscere l'unità storica di Israele con Gerusalemme come sua capitale, in barba a tutti i soprusi subiti dai palestinesi in questi anni dopo il colpo di mano di Israele. Significa mandare in frantumi ciò che è stato fatto per i diritti dei palestinesi. Significa lasciare ancora di più ai margini la lotta palestinese per l'esistenza. Significa riconoscere l'atto di forza che Israele ha compiuto con le occupazioni nell'area palestinese. Significa affossare la possibilità dell'esistenza di uno Stato palestinese.


Inoltre questa decisione rende ancora più forte l'ala oltranzista che fa capo a Benjamin Netanyahu, oltre che l'ala sionista, indebolendo così i moderati e la stessa democrazia in Israele. Con questa decisione si accenderà la miccia per nuovi scontri e si apre la strada per una nuova intifada e l'intera area mediorientale subirà un ulteriore scossone.

Se Trump voleva dare uno scossone al mondo con la sua presidenza ci sta riuscendo nel modo più negativo possibile, il problema è che neanche lui si rende conto delle conseguenze dei suoi atti irresponsabili.

sabato 2 dicembre 2017

Napoli- Juventus: vince il pragmatismo di Allegri in una serie A che di meglio oggi non riesce a produrre.

Higuain riesce a ottenere la sua vendetta con il goal decisivo, anche se l'atteggiamento di polemica è ormai diventato stucchevole. Nello scontro Sarri - Allegri il secondo vince perché riesce meglio ad adattarsi alle diverse situazioni. Nulla è però deciso.


Momento di stanca degli azzurri?

Napoli Juventus ha dimostrato i pregi e i limiti di entrambe le squadre. La più bella squadra d'Italia e tra le prime tre d'Europa, per gioco, sta passando un periodo difficile in termini di spettacolo, perché già nelle settimane precedenti, gli azzurri avevano dimostrato di avere uno stato di forma non eccelso e di non riuscire più a essere dinamici e mobili come prima, caratteristica che rende il calcio sarriano bello e imprevedibile. Il Napoli se non è al massimo della forma diventa meno pericoloso, perché per giocare quel calcio bello e intenso che vuole Sarri devi stare bene fisicamente. Contro la Juventus gli azzurri sono stati più lenti, sia nei passaggi che nei movimenti, grazie anche alla tattica attendista di Allegri, che è riuscito a imbrigliarne il gioco, e per una certa stanchezza da parte dei maggiori esponenti di spicco della squadra partenopea. Nella settimane scorse, quando si chiedeva conto a Sarri di questo calo di forma, il mister controbatteva che i dati della corsa dimostravano che lo stato fisicodei giocatori non era così male, in realtà è evidente come il Napoli corra peggio rispetto a prima, e il possesso palla sia meno dinamico e pericoloso.  I limiti bisogna forse ricercarli in una preparazione iniziata troppo presto per il preliminare, in una rosa corta che limita le alternative in ruoli cardine per la squadra come le ali di attacco e di difesa e una certa chiusura tattica da parte di Sarri che non vede altro modo di giocare al di fuori del suo, indipendentemente dalla forma e dai giocatori a disposizione. 

giovedì 16 novembre 2017

Sentenza licenziamenti Almaviva Roma.: "153 lavoratori devono essere reintegrati"


La condanna al reintegro dei licenziati, apre un nuovo fronte per Almaviva contact che ha già annunciato ricorso contro la sentenza.



Grande riconoscimento per 153 dei 1666 ex lavoratori Almaviva Roma licenziati il 22 dicembre. Il giudice del lavoro di Roma Umberto Buonassisi ha condannato la società a reintegrare gli stessi lavoratori e a corrispondere loro, a titolo di risarcimento danni un'indennità, comprensiva degli interessi, pari agli stipendi maturati dal giorno del licenziamento fino alla reintegra. La decisione riguarda 153 lavoratori che avevano fatto ricorso, mentre per il 15 dicembre è attesa un'altra decisione che riguarda una novantina di persone.

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Un grande traguardo ottenuto dai lavoratori romani che dopo i licenziamenti di fine del 2016, che avevano complessivamente lasciato a casa 1.666 persone nello stabilimento di Roma. Il provvedimento può dirsi storico perché il giudice riconosce che nella procedura di licenziamento messa in atto "si risolve in una vera e propria illegittima discriminazione: chi non accetta di vedersi abbattere la retribuzione (a parità di orario e di mansioni) e lo stesso tfr, in spregio alle norme del codice civile e costituzionali ancora vigenti, viene licenziato e chi accetta viene invece salvato. Un messaggio davvero inquietante anche per il futuro che si traduce comunque in una condotta illegittima perché attribuisce valore decisivo ai fini della scelta dei lavoratori da licenziare, pur se tramite lo schermo dell'accordo sindacale, ad un fattore (il maggiore costo del personale di una certa sede rispetto ad altre) che per legge è invece del tutto irrilevante a questo fine."

La lotta per i diritti dei lavoratori sembra essere tornata di moda dopo le numerose misure da parte del governo nel voler svilire lavoro e diritti oltre ad azzerare qualsiasi potere contrattuale. D'altronde era chiaro dal comportamento del governo, sin da dopo i licenziamenti Almaviva, quando l'esecutivo si era limitato ad assecondare i piani della società e a investire circa 8 milioni di euro per cercare di ricollocare tutti i lavoratori Piano fino a ora non proprio riuscito, visto che l'Anpal non è riuscito a ricollocare ancora nessuno. 

Almaviva Contact ha replicato all'ordinanza del giudice annunciando che "mantenendo ferma la convinzione del proprio corretto operato, darà ovviamente attuazione all'ordinanza, riammettendo i lavoratori presso le sedi disponibili, tenendo conto che il sito operativo di Roma è chiuso, ma la impugnerà immediatamente, al fine di revocarne gli effetti in tempi brevi". 
La battaglia dei lavoratori romani non è ancora terminata quindi. Almaviva ha incassato il colpo, un altro dopo quello relativo al ritiro dei trasferimenti di 53 lavoratori della sede di Milano a Rende perché non era stata rinnovata una commessa, ma ha già annunciato battaglia. La sorte dei 153 e degli altri non è ancora segnata.
Ci si aspetta che questa sentenza possa dare seguito alla lotta dei lavoratori per difendere i diritti e far ritornare proprio quel tema sul tavolo del confronto per fare in modo che non siano sempre solo i lavoratori a pagare lo scotto più duro, soprattutto con il Jobs act. 
Ma l'Italia si sa è sempre il Paese degli imprenditori bravi a fare impresa solo fin quando ci sono gli aiuti di stato.

In bocca al lupo ai lavoratori romani.

sabato 28 ottobre 2017

Il limite dell'autodeterminazione dei popoli nell'aspirazione indipendentista catalana

In queste giorni è tornato di grande attualità il tema del principio di autodeterminazione dei popoli con le dichiarazioni di indipendenza da parte della Catalogna e del Kurdistan, velocemente annullate dalle autorità centrali. Entrambi i contesti sono comunque ancora in divenire e tanti sono i timori della comunità internazionale.


Nel caso del Kurdistan le autorità di Baghdad sono intervenute con l'esercito per rioccupare Kirkuk e i centri economicamente più importanti dell'area, anche se non sono ancora chiari i risvolti futuri della situazione. In ogni caso per la questione curda è sempre alto il rischio di uno scontro armato tra le parti, rappresentando uno dei temi centrali caratterizzanti l'instabilità mediorientale. Il caso della Catalogna è invece decisamente diverso: fino a ora lo scontro è stato soprattutto verbale (eccetto le violenze perpetrate dalle forze di polizia il giorno del referendum illegale nei confronti della popolazione che voleva votare). Anche qui la situazione procede in un modo altamente confusionario, con Presidente e governo della Generalitat, che hanno approvato la dichiarazione indipendenza della Catalogna, autoproclamatasi Repubblica catalana, dopo un lungo conciliabolo.

Sia in Kurdistan che in Catalogna, comunque, sono subito esplose grandi manifestazioni di gioia dentro e fuori le assemblee. Manifestazioni poi trasformatesi in rabbia visto l'intervento delle autorità centrali.

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La questione spagnola

In Spagna, il Senato spagnolo ha prontamente risposto con il via libera all'articolo 155, e l'affidamento dell'incarico a Mariano Rajoy di commissariare la Generalitat catalana e azzerare l’autonomia della regione.