martedì 29 luglio 2014

Indifferenza di serie G


I silenzi possono essere assordanti quando dimostrano indifferenza, ipocrisia e ignavia. Ci sono quelli che non vogliono prendere una posizione perché non si interessano, seguono l'opinione di massa e come sempre si accodano. Ci sono poi gli incapaci a posizionarsi realmente, finti oggettivi che si accavallano nell'avvalorare le loro posizioni con dati, opinioni e fatti per dimostrare quanto realmente vogliano essere equidistanti. Ai due estremi ci sono i tifosi che parlano per slogan e urla, che non ascoltano ma gridano il loro sdegno indipendentemente da cosa realmente succede. 
Indifferenza e ignoranza si mescolano alla finta equidistanza
Intento inutile.
L'equidistanza nella natura umana  non esiste è pura utopia. 
Non lo si può essere sinceramente senza cadere nella contraddizione. 
Il mondo cambia a seconda di come ti viene presentato. Ho sempre abbracciato il pensiero relativista secondo cui un'unica verità non può esistere ma soltanto molteplici rappresentazioni. 
Ci sono dei fatti e delle conseguenze e solo il punto di vista da cui osserviamo la cosa può farci intendere il senso di cosa vediamo o viviamo.

 Il senso delle cose e la ricerca di esso che ci distingue l'uno dall'altro. Ma è poi così libera questa ricerca? Pensiamo davvero di essere così equidistanti? 
Il mondo è un'illusoria rappresentazione della realtà e ogni interpretazione deviata da mille veli devia continuamente il cammino utopico verso l'inesistente "verità". 
Già, perché questo "cammino" verso la costruzione di un pensiero autonomo non esiste.
Come non esiste la democraticità della rete e la sua apparente libertà. Internet non è altro che un immenso velo; l'ennesimo grado di separazione dai fatti.
Già quelli di cui ci si dimentica sempre e che vengono continuamente offuscati  da interpretazioni su interpretazioni che creano la realtà parallela. 
L'equidistanza è l'ennesima deviazione in un cammino che ormai ha perso qualsiasi senso o scopo.

Non ha più senso ricercare la volontà delle cose perché ormai le tante sovrastrutture hanno reso tutto inutile. Persi nel mezzo del labirinto osserviamo tutto da uno schermo e esprimiamo opinioni su miliardi di tastiere. Ennesimi strumenti che ci distanziano  e ci dividono.

I mezzi di comunicazione sono diventati un organismo autonomo, dalla forma indistinguibile. Non sono più uno strumento, ma sono diventati il fine ultimo. 
Creano realtà, ne mettono in comunicazione parti di essa con riflessi privi di ogni sostanza. 
La realtà parallela di Blade runner, di Matrix, di Minority report, di Atto di forza, di Lost  è immagine, è "realtà". 
Siamo in prima linea dappertutto.
Siamo sulla sedia sempre.
Dalle crepe del muro scattiamo foto ad alta risoluzione che condividiamo. 
Siamo presenti sempre. 
Attori che osservano la realtà.
Osservatori attivi che ne creano una parallela.
Ricettori passivi di un mondo che non esiste.
Combattiamo e ci combattiamo.
Insultiamo e ci insultiamo.
Le opinioni non mirano a crescere ma a dividere.
Portatori inconsapevoli del virus guidiamo in prima linea la nostra battaglia. Gridiamo il nostro sdegno nel mondo virtuale sperando che quello reale non si accorga di nulla. Perché se realmente ognuno si accorgesse di cosa è stato capace di creare la nostra indifferenza e cosa ha causato lo sdegno a comando sarebbero guai. Quindi gridiamo affinché le distanze virtuali si riducano ma quelle reali aumentino.  
Perché la guerra  la combattono sempre da un'altra parte, mentre noi, tranquilli,  la guardiamo  in un film rappresentato. Noi discutiamo in salotto, bevendo té e pasticcini annegati nel bagno di sangue che l'indifferenza in salsa occidentale ha da sempre generato.

Ci allontaniamo dai fatti e sguazziamo nelle mille rappresentazioni pronti a passare al prossimo programma perché la guerra finisce nel momento in cui non se ne parla più; pronti a scandalizzarci per qualche ora per l'ennesimo genocidio e poi girare canale nel momento della pubblicità.
La storia in ottica consumistica creata da chi vince, e da lui utilizzata sia quando deve decantare una grande vittoria, che quando deve "celebrare" un grande martirio.
 Diventa uno strumento per inculcare un pensiero, instillare gocce d'ideologia, perché alcune vittime siano più morte delle altre.
Sono i morti di serie A che resteranno per sempre nella memoria, simbolo delle barbarie, apologia del male che cambia l'intera considerazione del futuro e di un popolo. Di nuovo rientra il punto di vista, essenziale nello spostare il focus della storia.
Il popolo perseguitato e celebrato resterà oppresso per sempre, anche quando le posizioni inesorabilmente saranno capovolte.
L'oppresso ora combatte, finalmente ha armi per lottare e portare avanti l'ennesima guerra per la libertà contro il terrorismo e l'annientamento,  per affermare il proprio diritto di difesa contro ogni minaccia.
Questa minaccia è lì,  polvere di una misera striscia dilaniata, sparsa in granelli di inciviltà terrorista, alla mercé della fazione più insensata e oltranzista con cui è identificata e sottoposta ai meritati attacchi della potente vittima storicamente oppressa per sempre. 
Non dite che la storia non insegna, non serve a quello. La storia è uno strumento per veicolare consenso. Ci aiuta a interpretare e a plasmare opinioni. Ideologie del vincitore.
Perché se ci sono morti di primo piano ci sono poi quelli del piano sotterraneo. Quelli che valgono una copertina, un post di sdegno o un video strappa like. Di cui poi nessuno se ne importerà.
Sono i morti dell'indifferenza, senza nome, sono quelli di serie G.

G come Gaza.